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martedì 5 gennaio 2010

Dead Poets Society (L’attimo fuggente, 1989) Regia di Peter Weir. Soggetto e sceneggiatura di Tom Schulman. Fotografia: John Seale. Musiche originali di Maurice Jarre, con musiche di Beethoven, Haendel, jazz, canzoni, musica tradizionale di area scozzese. Con Robin Williams (professor Keating); i ragazzi: Robert Sean Leonard (Neil Perry, il ragazzo che vuol fare l’attore), Ethan Hawke (Todd Anderson, compagno di stanza di Neil), Josh Charles (Knox Overstreet, innamorato di Cris), Gale Hansen (Charlie “Nuanda” Dalton), Dylan Kussman (Cameron), James Waterston (Pitts), Allelon Ruggiero (Meeks); Kurtwood Smith (il padre di Neil), Carla Belver (la madre di Neil), Alexandra Powers (Cris), Norman Lloyd (Mr. Nolan), Leon Pownall (Mr. Mc Allister), Melora Walters e Welker White (le due ragazze nella grotta). Durata: 128 minuti C’è un equivoco di fondo in “L’attimo fuggente”, ed è quello di pensare che si tratti di un film sulla scuola: ma non è proprio così, quello della scuola e dell’insegnamento è solo il primo livello, quello più facilmente accessibile. Sotto c’è dell’altro, per esempio una questione che dà i brividi e alla quale non vogliamo mai pensare: e immagino che sia per questo tema, svolto in maniera toccante e sconvolgente, che Weir ha voluto affrontare questo film. Infatti, ogni volta che passa in tv "L'attimo fuggente", un film di Peter Weir del 1989, uno dei suoi grandi successi di pubblico, si torna immancabilmente a discutere del ruolo dell'insegnante: deve essere aperto e comprensivo oppure rigido e severo? E' così forte l'impressione che fa il film, ed è così bravo Robin Williams nell'interpretare il professor Keating ("O capitano, mio capitano...") che questo tema si porta via quasi tutte le riflessioni in proposito. Ma questo è un film di Peter Weir, e Weir è un autore molto sottile e non prevedibile, attento a cose che di solito sfuggono, presi come siamo dalla nostra vita quotidiana. "L'attimo fuggente" (Dead poets society) parla del suicidio degli adolescenti, e lo fa in maniera molto drammatica. E’ un tema così forte e così duro che alla fine del film sono in pochi a volerlo ricordare: tutti si mettono subito a discutere se sia giusto il metodo di insegnamento del professor Keating, ma nessuno si ricorda cosa succede nella testa (e nel corpo) di un ragazzo di sedici o diciassette anni. Eppure ci siamo passati tutti. L’altro equivoco frequente è che il professor Keating sia superficiale, e che sia lui a causare la morte del ragazzo: in questo caso invito a guardare meglio il film, dove viene spiegato chiaramente, più volte, che il giovane ha il massimo dei voti in tutte le materie, e che è uno dei migliori alunni di tutta la scuola. E, soprattutto, quando il ragazzo entra in conflitto col padre va dal professore a chiedere consiglio: e il professore gli dà il consiglio che daremmo tutti, “Parlane con tuo padre”. Vediamo più volte Keating stimolare ed esortare altri studenti, non il ragazzo in questione: la decisione di dedicarsi al teatro è tutta sua, del ragazzo. E, quando un altro allievo (Charley Dalton) ha un’uscita provocatoria nei confronti del rettore del collegio, Keating lo rimprovera davanti a tutti: “hai fatto una bravata inutile, farsi espellere non serve a niente, bisogna studiare e non sprecare quest’occasione”. Il problema di quel ragazzo è dentro la famiglia, non fuori: ma ammetterlo significherebbe dover prendere su di noi le nostre colpe: meglio scaricare tutto su Keating. La “setta” non ha nessuna colpa sulla morte del ragazzo, e qui va ricordato che le sette ci sono davvero, nelle Università e nei College inglesi e americani: sono circoli massonici, sette sataniche, magari si chiamano “Skull and bones” (“teschio ed ossa”) e generano presidenti USA (i due Bush, padre e figlio, fecero parte di quella setta). Se la setta dei “poeti morti” ci sembra strana, e invece troviamo normali gli ultrà del calcio o i fan club dei personaggi tv, forse il problema è in noi e non in quei ragazzi. Il terzo equivoco è in quel “Carpe diem”, “L’attimo fuggente”: qui conviene guardare bene al titolo vero del film, “Dead poets society”: la società dei poeti morti, cioè antichi, vecchi, sorpassati, trapassati, non di moda. Il doppiaggio italiano traduce “poeti estinti”, che è un gentile eufemismo. Cerco sul dizionario: “estinto” in inglese è “extinguished”, o “extinct”; trovo anche “dead, deceased”, sono appunto gentili eufemismi per non dire quel che non si vorrebbe dire. Il messaggio di Keating è dunque quanto di più anticommerciale e anticonsumista possa esistere: per il mercato esistono solo le novità, un film di tre anni fa è già roba vecchia, figuriamoci un poeta morto. Il film è ambientato negli anni ’50, quando questo problema non era importante, ma è stato girato alla fine degli anni ’80, che da noi era l’epoca dei paninari: essere “fighi”, alla moda, era la cosa più importante; la cosa più importante del mondo era vestire con abiti di marca, e di quella marca ben precisa “altrimenti sei un tamarro”. Per il paninaro era importante avere un giubbotto con quella precisa etichetta, le scarpe di quella certa marca, avere le calze di quel certo tipo (che si vedessero bene!). I paninari oggi hanno quarant’anni, sono diventati la nostra classe dirigente e hanno grandemente influenzato la nostra società e le generazioni successive; le menti ristrette continuano a dare la colpa di tutto al ’68, ma il ’68 è stato quarant’anni fa, e quarant’anni sono un tempo lunghissimo. I sessantottini sono tutti in pensione, da tempo; e nel frattempo, qualcosa c’è pur stato. Secondo questo modo di pensare, oggi maggioritario, non vale il contenuto ma vale solo che sia nuovo e di moda. Non importa cosa c’è dentro, non vale la pena di portare pazienza, se è vecchio si butta via, e non importa di che materia sia fatto il nuovo. Il nuovo è un’ottima cosa, ma vale sempre la pena di guardarci dentro. Ragionando sul cinema, forse nelle nostre scuole varrebbe la pena di fondare un club di “registi morti”. “Dead poets society” è un titolo molto duro e molto violento, peccato che nella traduzione italiana sia andato perso. Il regista, Peter Weir, durante il film non prende posizione: tutti i punti di vista sono espressi con chiarezza, non solo quelli dei ragazzi. Ha le sue simpatie, e si vede; ma ci lascia liberi di pensare, come fa sempre. E’ vero che Robin Williams ruba la scena, si prende molto spazio, è bravissimo ma anche invadente; e forse il film con un altro attore avrebbe avuto meno successo ma il significato sarebbe stato più chiaro. Ed è anche vero che i ragazzi, come è ovvio, sono molto più simpatici e attraenti degli adulti; ma anche questo lo dovremmo ben sapere. Il punto, e non bisognerebbe mai stancarsi di ripeterlo, è che i maestri possono anche essere negativi, e che le guide con grande carisma possono provocare danni anche se animati dalle migliori intenzioni: capita anche a noi adulti, soprattutto in politica i danni causati dai “carismatici” sono spesso enormi. I ragazzi, alla fine, riconoscono a Keating la buona intenzione e la volontà di fare cose buone, l’onestà. E’ per questo che gli sono vicini. E prima, appena venuto a sapere della tragedia, avevamo visto Keating piangere rileggendo il suo appunto su Thoreau, che aveva così entusiasmato i ragazzi. E’ un invito a diffidare di tutti i profeti, come diceva Primo Levi. «E’ molto difficile distinguere fra buoni profeti e falsi profeti. A mio parere i profeti sono falsi tutti. Non credo ai profeti, benché io... appartenga a una stirpe di profeti.» (intervista radiofonica del 1986 a Milvia Spadi, per la Westdeutscher Rundfunk; reperibile su “Primo Levi: Conversazioni e interviste” a cura di Marco Belpoliti, ed. Einaudi) Ma forse è solo che la vita va così, tutti agiscono per il bene, o credono di farlo; sia i genitori che i professori. Weir lo sa e ce lo dice: il soggetto, anche se non sembra, è lo stesso di “Gli anni spezzati”, girato qualche anno prima. Un’altra cosa che si vede nel film è il pensiero che il mondo cominci e finisca dentro la scuola: è un errore comune a noi tutti, ma poi si scopre che non è così. Nel film, Neil chiede a Keating: “come mai uno come lei si chiude qua dentro?” E la risposta è: “mi piace insegnare”. Non a tutti gli insegnanti piace insegnare. Gli insegnanti possono essere severissimi e nel contempo menefreghisti: si può essere esigenti, tradizionalisti, all’antica, e dire “se non studi ti boccio” e credere così di aver risolto il problema, che tutto sia finito lì: ma se siamo alle medie, o addirittura alle elementari, che senso ha? Strappare le pagine dei libri, è quasi banale dirlo, non è un consiglio che va preso alla lettera ma ha il significato di non fermarsi alla prima cosa che ci viene detta, di andare a cercare altrove, di essere curiosi, di formarsi un’opinione con la propria testa. E’ un film ambientato negli anni ’50, va ricordato: ben prima del ’68. Oggi siamo tornati in tempi di conformismo dilagante, e non è un caso che il problema di droghe e alcool sia più pressante che in anni passati, ma che si veda di meno. Negli anni ’70, per esempio, il drogato era ben visibile e riconoscibile. Oggi non ci si fanno più buchi nelle vene, il mondo si è evoluto e basta una pastiglia, o un po’ di polverina. Sembra quasi che il problema non esista più, ma esiste; e se esiste, e in queste proporzioni, vuol dire che qualcosa non va. Gli antichi maestri (i poeti morti, ma solo fisicamente morti) insegnavano che leggere cose difficili, superiori alle nostre forze, è l’unico modo per crescere; leggere anche le cose che non ci piacciono, cercare di capire i punti vista differenti dal nostro, non fermarsi ai titoli ma leggere tutto l’articolo. I titoli non li fa mai l’autore, nei giornali: è una delle prime cose che ho imparato quando ho iniziato a leggere e informarmi. Sotto un titolo stupido o banale si può trovare un articolo interessante, e sotto un titolo allettante un articolo banale: la stessa cosa accade con i film e i romanzi; ed è questo che cerca di insegnare Keating. Per esempio, la mania degli incipit: Daniel Pennac suggerisce invece di aprire il libro a caso, una pagina qualsiasi, ed iniziare a leggere da lì, per poi magari tornare indietro. Scrivere un incipit bello è molto facile, come ci insegna anche Snoopy: “Era una notte buia e tempestosa, d’un tratto echeggiò uno sparo” Il difficile è andare avanti. Nel libro di Pritchard, quello che viene strappato nel film, la poesia è valutata in base a un grafico con ascisse e ordinate. Di per sè è un concetto che non mi dispiace, conoscere i ritmi e la metrica è importante: ma il mondo non finisce qui. Nel film si dice anche che “la poesia non è una hit parade”, cioè non è la classifica dei più venduti: ma oggi si misura tutto unicamente con il metro del successo commerciale. Il gesto di strappare le pagine, è quasi banale dirlo, è una metafora e non va inteso alla lettera. Si può ben strappare dalla nostra vita il tg5 o il tg1, cambiar canale con Bruno Vespa ed Emilio Fede. Del resto, siamo in un Paese dove il governo si fa vanto (con un mega spot tv) di aver portato da 5 a 10 anni la validità della carta d’identità: se siamo a questo punto siamo davvero messi male... Anche la recente riforma (o meglio “restaurazione”) della scuola italiana sta andando in questa direzione, quella opposta alle intenzioni del professor Keating: si pretende che a tredici o quattordici anni un ragazzo o una ragazza abbiano già deciso tutto del loro futuro, piano di studi precisissimo fino alla laurea, e che se uno non ce la fa si tolga dai piedi che disturba quelli che studiano. Ma avere tredici anni, o sedici, o magari anche diciotto, è tutta un’altra cosa: anche le certezze più profonde diventano fragili come cristalli, la vita è sempre stata dura ma adesso lo sta diventando sempre di più. In quest’ambito, alle volte basta avere vicino una persona, anche un estraneo, che dia indicazioni semplici e precise: qualcosa del tipo, quando si va per strada e ci si perde, di un’indicazione stradale. Queste persone, spesso, nel corso della nostra vita non le rivediamo più; e se le rivediamo è facile non riconoscerle. Eppure il mondo va così, senza quella persona (o con una persona meno precisa, o con qualcuno che credeva di sapere la strada giusta) avremmo girato inutilmente in tondo e percorso chilometri senza senso, magari perdendo definitivamente la strada. A molti di noi è andata così. Sono pochi i film su questo tema, e non ne ricordo un altro che lo tratti con la stessa finezza e delicatezza, quasi sfiorandolo; ma che non può non ferire, e far pensare, far male. E’ un tema così forte che non riusciamo a reggerlo, e infatti preferiamo non pensarci e parlare del ruolo dell'insegnante: tutti noi abbiamo avuto a che fare con gli insegnanti, buoni e cattivi, ed è un discorso che è ugualmente duro e difficile ma che è molto più abbordabile e rassicurante. D'altra parte, è questa la caratteristica di Peter Weir, fin dai suoi esordi australiani con film magici e ormai antichi come "L'ultima onda" (1979) e "Picnic at Hanging Rock" (1975). Dietro il soggetto principale del film c'è sempre qualcosa d'altro, qualcosa che ci disturba e fa venire le vertigini, come se si fosse toccato il mondo che sta al di là della nostra coscienza e della nostra esperienza quotidiana. L’ambientazione scolastica è solo un pretesto, un’allegoria dietro la quale, come facevano i grandi pittori del passato, Weir nasconde la verità della nostra vita, quella che non sempre siamo in grado di accettare e quindi di riconoscere. Il film non è esente da difetti. Per esempio, ci sono tutti gli stereotipi legati ai film ambientati nei colleges americani (le cheerleaders, gli atleti grandi grossi e un po’ stupidi, il “secchione”, eccetera), e forse per l’andamento del film la morte del ragazzo è una nota troppo forte: ma può essere una corda profonda volutamente toccata in modo da sembrare una dissonanza, o una stonatura (come accade spesso in Mahler, per esempio “Im Mitternacht...”). Ho trovato bruttine le scene recitate in teatro, e Neil poco adatto al ruolo di Puck (Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate). Puck è un folletto dispettoso e pasticcione, forse sarebbe stato meglio un Mercuzio (Romeo e Giulietta), o un altro ruolo da innamorato. Nei film inglesi e americani, il teatro ha spesso grande importanza: o almeno lo aveva fino a qualche anno fa, ormai a teatro non ci va più nessuno, nemmeno gli sceneggiatori del cinema. Quelli che ancora lo fanno, vengono guardati come dinosauri e messi da parte: oggi va di moda il 3D, domani ci sarà un nuovo gadget da vendere e il teatro richiede troppo tempo e troppa pazienza. Per quanto mi riguarda, per l’ambientazione, è un film che è molto distante dalla mia esperienza di vita. Welton è un collegio per ricchi, per quanto siano simpatici e commoventi questi sono tutti figli di papà con un futuro ben assicurato. La nostra realtà scolastica, e la mia in particolare, è molto diversa, a volte squallida; anche i miei coetanei erano molto più squallidi di questi ragazzi del film, gente senza veri interessi; e anch’io non ero un gran che, a dirla tutta. Forse Todd Anderson un po’ mi somiglia, ma è certamente più sveglio e più studioso di me. Un professore come Keating io lo avrei odiato, o lui avrebbe odiato me, oppure ci saremmo stancati di vederci tutti i giorni. Altri appunti che mi sono segnato durante la visione del film: 1) E’ un collegio solo maschile, le ragazze non sono ammesse e verranno cercate altrove; 2) I quattro pilastri di Welton: tradizione, onore, disciplina, eccellenza. 3) Keating, il nome del professore, è la sintesi di molti nomi di poeti inglesi: Keats, Yeats, Browning, la serie è infinita e il nome è ben scelto. 4) Il collega che, all’inizio, rimprovera amichevolmente Keating: “quando si accorgeranno che non hanno talento, che non sono Shelley o Rembrandt, ti odieranno per quello che gli stai dicendo oggi”. 5) Gli autori citati: Thoreau, Whitman, Shelley, ma anche Frost e Tennyson. Di Frost questo verso: “scelsi la strada meno battuta”. 6) Il ritratto alle spalle di Keating, l’uomo con la barba bianca, è Walt Whitman. 7) Salire sulla cattedra: “per ricordarsi di guardare il mondo da angolazioni diverse”. Degli attori, tutto il bene possibile. Memorabile, e anche un po’ prevaricante, l’interpretazione di Robin Williams. Dei ragazzi protagonisti, quasi tutti hanno continuato a fare cinema e tv ma nessuno è diventato una star: cosa ben strana, rivedendo il film, ma capita. Ethan Hawke (Todd Anderson , il compagno di stanza di Neil) ha fatto molti film belli in parti da protagonista, come “Gattaca”. Impagabili Josh Charles (Knox Overstreet , l’innamorato, che somiglia un po’ a John Lennon), e Gale Hansen (Charley “Nuanda” Dalton, fustigato dal preside per la “telefonata da parte di Dio”). Alexandra Powers è la bellissima Cris, e Cameron “il delatore” è Dylan Kussman, anche lui molto presente in cinema e tv, ma senza più l’evidenza che qui gli dà Peter Weir (quando si dice “un grande regista” si intende anche il saper dare rilievo agli attori: con Vittorio De Sica erano tutti perfetti, la stessa cosa capita con Weir). Per la musica, oltre al grande Maurice Jarre ascoltiamo molte cose: canzoni, inni, jazz, rock and roll, un rap ante litteram nelle riunioni segrete dentro la grotta, ma anche Haendel (suites dalla “Musica sull’acqua”, quando gli studenti giocano a calcio), Beethoven (la Nona Sinfonia, e il Quinto concerto per pianoforte nella stanza di Keating quando riceve Neil), arpa e cornamuse scozzesi. Ed il finale è con le cornamuse, così come l’inizio: le cornamuse, cioè (nel mondo anglosassone)la Tradizione. Un finale che sembra volerci dire che un altro mondo è possibile: ed è il migliore augurio possibile per questo inizio d’anno. Post Scriptum per chi vuole rivedere il film: “vecchia talpa” è una citazione dall’Amleto, atto primo.
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Ciao, giungo per caso sul tuo blog e trovo un post bellissimo su un film che vidi al cinema quando uscì (avevo diciott'anni!) e che divenne immediatamente un mio cult movie, anche se è da un po' che non lo rivedo. La tua disamina è molto interessante e gli spunti che sottolinei sono davvero pregnanti, soprattutto quelli sulla "febbre del nuovo" e sulla provocatoria necessità di avere delle "sette dei registi morti". Chi oggi si esalta troppo per il 3D (che è uno strumento come un altro), dovrebbe perdere qualche ora a rivedersi Lubitsch, Wilder e Lang...

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@Gianlo: ti rispondo domani a mente fresca@Zille: toglimi una curiosità, sei un biologo, un chimico, un farmacista...? Escludo tu sia medico, visto che chiedevi lumi su Clini dicendo "vostro collega" credendo che anche io fossi medico. Ma magari sbaglio.

21 novembre 2011 00:07

Giuliano se dici una cosa come " ma dubito che la linea filogenetica dei parassiti possa dimostrare alcunché " si vede che non sei preparatissimo sulla parassitosi ne sulla filogenesi molecolare, non c'è bisogno che lo specifichi ulteriormente :PNon puoi spiegare in termini di convergenze evolutive il fatto che i vermi intestinali umani e delle iene siano geneticamente più imparentati tra loro che quelli di scimpanzé e umani più di quanto puoi spiegare come convergenza evolutiva il fatto che siamo più imparentati con gli scimpanzé che i gibboni, mi sembra evidente...Ti do' un riferimento a caso in letteratura: Despres L. Et Al, Molecular Evidence Linking Homidi Evolution to recent radiation of schistosomes in Molecular Phylogeny And Evolution 1:295-304Dacci un occhio.

21 novembre 2011 00:17

@prosopopea: ammetto una certa ignoranza sulla filogenesi dei parassiti umani e ringrazio per la nota bibliografica. Ma quello che mi chiedo io è: bastano elminti parenti per dire che abbiamo necessità alimentari comuni? Voglio dire, quanto cambia, al cambiare minimo del DNA dei vermi parenti, il loro livello di adattamento all'ospite e alla sua dieta? Se cambia poco ok, ma se cambia tanto... Insomma, se ad una Valina gli vien voglia di fare il Glutammato la persona ha una anemia falciforme, quanto può essere rilevante (o meno) il cambiamento di genoma nelle specie diverse ma affini che abbiamo noi e le iene? Il dubbio è: le differenze contano più dell'affinità?

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No, no, mi sono espresso male forse: non necessariamente questo ci garantisce che abbiamo necessità alimentari comuni. Tuttavia, ci sono due modi in cui può evolvere un parassita: il parassita va in speciazione quando il suo ospite va in speciazione e ogni ramo successivo dell’ospite nella sua genealogia si porta dietro il ramo successivo del parassita. Oppure i parassiti possono saltare verso ospiti completamente diversi, o dividersi in due specie mentre l’ospite resta lo stesso.Es: i tetrabotridiati sono un gruppo di vermi piatti che parassitano solo uccelli marini e mammiferi marini. Apparentemente la cosa non ha senso: uccelli e mammiferi marini sono imparentati troppo alla lontana per condividere un parassita come eredità dei loro antenati. Gli uccelli si sono separati dai dinosauri circa 150 milioni di anni fa. Le foche si sono evolute da creature simili a orsi circa 25 milioni di anni fa. Per trovare un antenato comune tra uccelli e mammiferi, bisognerebbe tornare indietro 300 milioni di anni, e lo stesso antenato ha dato origine a una serie pressoché infinita di vertebrati, senza che nessuno di essi fosse un ospite per i tetrabotridiati. Non li hanno presi dai pesci, perché i parenti più stretti dei tetrabotridiati vivono in rettili terrestri. Quindi i tetrabotridiati devono discendere da un antenato comune che viveva in qualche antico rettile. E, guarda caso, 200 milioni di anni fa, negli oceani, non avresti trovato balene e cetacei, ma rettili marini come il plesiosauro e l’ittiosauro. L’estinzione di 65 milioni di anni fa, oltre a spazzare via i dinosauri, spazzò via anche i rettili marini. Quando, milioni di anni dopo, balene e foche presero il posto dei rettili marini negli oceani, i vermi piatti colonizzarono anche loro, infilandosi nella medesima nicchia ecologica.Questo è un esempio: ne trovi a dozzine se guardi abbastanza in giro fra svariati gruppi animali. Quello che ci dice la filogenesi molecolare è che non molto dopo il nostro antenato comune con gli scimpanzé, i nostri antenati erano almeno occasionalmente necrofagi. Può benissimo darsi che questa tendenza si sia evoluta prima di tutti il necessario per farci digerire la carne, perfino: effetto Baldwin, mi pare si chiami, e non dovrebbe essere molto diverso da quello che è successo con il lattosio, ma qui sicuramente ne sai più tu di me. I parassiti comunque sono tra gli animali più impossibilmente adattati sulla faccia della terra: proprio perché questi salti di ospite sono molto difficili molecolarmente, per quanto non siano eccezionalmente rari, possiamo fare deduzioni ragionevolmente solide come nel caso dei tetraboridiati.Perdonami se sono stato prolisso, ma il concetto fondamentale resta: dal momento che gli scimpanzé sono carnivori occasionali, e la filogenesi dei parassiti ci dice quello che dice, è ragionevole supporre che la nostra stirpe consumi, almeno occasionalmente, carne, da qualche milione di anni. E' una questione puramente storica, che si rifà al tuo commento sul "non sono sicuro che l'uomo fosse in origine erbivoro o carnivoro" ma ha una rilevanza relativa per la questione veg-non veg.

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